C'è un paese sull'orlo di una crisi di golpe: il Venezuela di Hugo Chavez. Un po' Juan Domingo Peron e un po' Fidel Castro, la sua è la parabola classica dei caudillos sudamericani, leader populisti cresciuti nelle caserme (è un ex colonnello dei parà) e approdati sulla scena politica con il piglio dei salvatori della patria. Il risultato dei suoi cinque anni di governo, in cui sono stati indeboliti i poteri del Congresso e piazzati i suoi uomini a tutti i livelli della pubblica amministrazione, è che giovedì scorso la maggiore confederazione sindacale ha portato in piazza 600 mila lavoratori nelle strade di Caracas. E che i capitali stranieri stanno fuggendo, inorriditi dall'instabilità politica del paese e dal rischio golpe.
IL PIATTO FORTE: IL PETROLIO VENEZUELANO
Tutti i commentatori temono che il Venezuela, il cui petrolio costituisce un piatto appetibile per i finanziatori internazionali, possa scivolare verso una guerra civile, determinata dalle politiche populiste del Presidente, eletto nel 1998 grazie al sostegno delle favelas dei centri urbani e trovatosi poi a gestire l'ostilità delle lobby finanziarie e degli stessi sindacati. Scrive il quotidiano argentino "La Nacion": "I partigiani di Chavez sostengono che il presidente sia riuscito a dare ai più poveri un senso della dignità mai provato prima", grazie a un programma di prestiti a bassi interessi che ha trasformato decine di migliaia di salariati in piccoli commercianti e venditori di chincaglierie. Ma i suoi nemici parlano di odio e di polarizzazione sociale. Sostengono che le strade di Caracas pullulino ora di ambulanti che, grazie ai prestiti del governo, si piazzano davanti ai negozi come iene sui cadaveri. E temono che si possa ripetere lo scenario dell'11 aprile scorso, quando le due fazioni in campo, i partigiani di Chavez da un lato e i suoi nemici dall'altro, si sono combattuti nelle strade a colpi di golpe ravvicinati e di (molti) morti lasciati sul selciato.
IL GOLPE DA OPERETTA DELL'11 APRILE
Il golpe da operetta dell'11 aprile scorso ha messo in scena le solite tragedie dei paesi latinamericani, con la Casa Bianca pronta a salire sul carro del nuovo caudillo Pedro Carmona, il Presidente degli industriali, e l'esercito in preda a convulsioni, manovre e guerre intestine. Le inattese mobilitazioni di piazza a favore di Chavez partite dalle periferie di Caracas hanno poi finito per rafforzare il potere dell'ex colonnello dei paracadutisti, che si è reinsediato alla presidenza a furor di popolo ma che ora deve gestire una situazione esplosiva. Le sue prese di posizione contro la globalizzazione e a favore del presidente cubano Fidel Castro hanno fatto temere che in Venezuela si stesse preparando una nuova forma di democradura populista, a metà tra dittatura e democrazia, e una conseguente esplosione delle fratture sociali. Oggi Chavez cerca di gettare acqua sul fuoco accreditandosi come uomo di pace, in grado di riportare la calma in un paese attraversato da continue tentazioni golpiste, ma fondamentale per la stabilità energetica dei cugini nordamericani. "I miei nemici mi attaccano? Non sono io l'obiettivo del loro attacco. E' il popolo di Venezuela", dichiara ora alla stampa, e nel contempo cerca di offrire un ramoscello di olivo ai finanziatori internazionali, cinesi, americani, russi, spaventati dal suo progetto di nazionalizzare il petrolio. "Non ci sarà nessuna guerra civile. Accogliamo con favore il sostegno alla democrazia venezuelana che recentemente ha dato il Segretario di Stato aggiunto degli Stati Uniti Otto Reich", ha detto Ugo Chavez. Ma, dicono i ben informati, si sente dalle caserme il sinistro rumore di sciabole che annuncia nuovi bagni di sangue.